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Sopravvissuto alla morte, Raffaele dovrà ora combattere contro l’oblio. Perché a volte, ciò che viene dopo il male è ancora più distruttivo del male stesso.
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Sotto il cemento della Napoli moderna, c’è un cuore che ha smesso di battere nel 1884. Ho passato mesi a scavarne la memoria, frammento dopo frammento.
Manca pochissimo. Sto per condividere con voi “IL RIONE CANCELLATO”, un racconto che non è solo una storia, ma un atto di giustizia per le voci che sono state soffocate.
Sarà un dono digitale gratuito (PDF ed ePub), perché la memoria non ha prezzo.
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Ogni ingrediente ha un significato profondo che affonda le radici nella cultura pagana e cristiana:
Napoli, anni ’70 e ’80. Prima degli smartphone, la nostra “PlayStation” era il vicolo e le regole le dettava la strada.
Vi ricordate la Guainella? Non quella dell’Ottocento con le carrube, ma quella cruda che abbiamo vissuto noi. Ci si arroccava dietro le vecchie Fiat 127 o le Alfasud parcheggiate, trasformandole in vere trincee.
Gli scugnizzi più piccoli facevano da “rifornitori”, correndo tra i cantieri a raccogliere pietre e cocci. Era una vera guerriglia urbana: vetri rotti, lamiere ammaccate e, purtroppo, spesso qualche corsa al pronto soccorso per una testa aperta.
La regola era spietata: la banda con meno feriti a fine giornata vinceva e si prendeva il territorio degli sconfitti. Era una questione di coraggio, di appartenenza e di rispetto.
Una Napoli che non esiste più, ma che portiamo ancora addosso, a volte con una piccola cicatrice.
”La chiusura per restauro del Castel dell’Ovo ha lasciato un vuoto nel panorama di via Partenope, ma oggi quella ferita si rimargina. La riapertura, attesa da tempo dopo una ristrutturazione totale, non è solo un evento turistico, ma un momento di rinascita per tutti i napoletani. In questa foto, scattata dalla Fontana del Gigante, vediamo come la storia si intrecci in un unico abbraccio di pietra e mare…”

Cosa vorresti poter fare di più ogni giorno?
Il desiderio di fare di più si scontra sempre con la realtà di giornate troppo brevi. Per chi ha una mente che corre, la vera sfida quotidiana non è accelerare, ma scegliere cosa merita davvero il nostro tempo, accettando con serenità i nostri limiti.
Napoli, fine Ottocento. Se passeggiavi per i vicoli, poteva capitarti una scena straordinaria come questa. Un fazzoletto sporco di ragù ‘cadeva’ accidentalmente in strada, e un passante lo raccoglieva e lo ammirava come un oggetto prezioso.
Ma perché? Non era un errore. Era un rito di ostentazione sociale e di onore.
In un’epoca in cui mangiare bene non era scontato, quel sugo rosso e denso, marchiato sul fazzoletto, era la dimostrazione pubblica che in quella casa si viveva con dignità, si faticava e si mangiava il vero ragù. Era un vanto di famiglia che non si arrendeva alla fame.
🍝 Guarda il video per scoprire questa e altre storie dimenticate della nostra Napoli.
👉 Iscriviti al canale per non perdere le prossime storie della Napoli Sparita: https://youtube.com/@brandimassimo?si=w7_N25SrJrlSZ_RN
All’epoca Napoli era ancora una grande città portuale, con un’economia fortemente legata al mare. Il mercato del pesce si svolgeva all’aperto lungo la banchina o in piazza (zona Via Marina / Piazza del Mercato), prima che venissero costruiti i moderni mercati coperti.
Questi venditori erano spesso organizzati in piccole imprese familiari o cooperative informali. Gli “ostricari” erano specializzati in molluschi, considerati cibo popolare ma anche prelibato per le classi più agiate. Il pescato arrivava la mattina presto dalle barche di Mergellina, Santa Lucia, Procida o Sorrento.
Conoscete la storia dei giovani napoletani che venivano radunati nel cortile del Distretto Militare? Per molti di loro, indossare la divisa del Regio Esercito non era una scelta, ma un destino inevitabile.
Ma c’era un segreto che rendeva la legge tutt’altro che uguale per tutti: la Surroga Militare.
All’epoca, chi apparteneva alle famiglie nobili o alla ricca borghesia poteva letteralmente “comprare” la propria libertà pagando un sostituto o versando una tassa allo Stato. Chi invece viveva nei vicoli, senza un soldo, doveva lasciare tutto e partire per anni di naja, spesso senza sapere se sarebbe mai tornato.
Un’ingiustizia sociale che ha segnato profondamente la nostra città e il rapporto tra il popolo e il nuovo Stato unitario.
Nel video di oggi esploriamo proprio questo:
✅ Cos’era la surroga e quanto costava “evitare” la guerra.
✅ La vita durissima dei ragazzi napoletani in caserma.
✅ Il risentimento che portò a tensioni sociali mai dimenticate.
In questo nuovo episodio della nostra collana “Bella Napoli”, vi porto alla scoperta di uno dei luoghi più magnetici e ricchi di storia di tutto il Mediterraneo: il Castello Aragonese di Baia.
Sospeso su un promontorio di tufo tra il mito e il mare, questo castello non è solo una fortezza inespugnabile, ma un vero e proprio libro di storia a cielo aperto. Dalle fondamenta che poggiano sulla leggendaria Villa di Giulio Cesare, fino alla trasformazione in baluardo aragonese contro i pirati, ripercorriamo insieme duemila anni di segreti.
Se ami l’archeologia, le leggende e i panorami mozzafiato, questo viaggio nel cuore del Golfo di Pozzuoli è dedicato a te.
Lasciati trasportare in una Napoli lontana, un’epoca in cui i carretti carichi di cenere e letame solcavano vicoli dimenticati e le bettoline scaricavano in mare il peso di una città in continua evoluzione.
Questo racconto visivo evoca l’atmosfera suggestiva e, a tratti, malinconica della Napoli di fine ‘800, osservata attraverso gli occhi dei suoi lavoratori più umili. Dalla fatica quotidiana dei “monnezzari” nei vicoli stretti fino all’orizzonte infinito del Golfo dominato dal Vesuvio, esploriamo un pezzo di storia sommerso dalla polvere del tempo.
Un viaggio tra realtà storica e suggestione letteraria.
“Napoli non dimentica i suoi figli. Oggi vi porto indietro nel tempo per riscoprire ‘O Scrivano, il custode dei segreti e delle speranze dei napoletani di fine ‘800. Un viaggio di 5 minuti nel cuore questa città.”
ho provato a raccontare questa storia in immagini e parole
Napoli, 1884.
Un’epidemia di colera colpì la città con una violenza che trovò impreparati soprattutto i quartieri più poveri. Tra questi, il rione Santa Brigida: sovraffollato, privo di adeguate condizioni igieniche, abitato da una popolazione già allo stremo.
Questo video nasce dal desiderio di raccontare non solo i numeri, ma le conseguenze umane e sociali di quell’evento: le case stipate, la paura, i morti, e infine la decisione dello Stato di intervenire in modo drastico.
Dopo l’epidemia, Santa Brigida venne demolita. Al suo posto sorse la Galleria Umberto I, simbolo di una nuova Napoli, moderna e borghese.
Ma ogni trasformazione porta con sé una perdita.
Questo racconto è un tentativo di restituire voce a un rione che non esiste più, e alle persone comuni che lo abitavano.
Le informazioni storiche citate nel video si basano su rapporti sanitari dell’epoca, atti ufficiali e studi sulla risanamento urbano di Napoli dopo il 1884.
Raccontare queste storie significa non dimenticare.
✒️ Nota dell’autore
Questo video fa parte di un percorso di ricerca e narrazione dedicato alla Napoli di fine Ottocento.
Raccontare Santa Brigida e il colera del 1884 non significa giudicare il passato, ma comprenderlo, restituendo dignità a storie e luoghi che il tempo e le trasformazioni urbane hanno cancellato.
Credo che la memoria non serva a rimpiangere, ma a capire chi siamo stati.
E, forse, chi siamo ancora.
— Massimo Brandi
Nei vicoli mancava quasi tutto, ma non la dignità.
Il Natale non era abbondanza,
era condivisione.
Una tavola povera,
una famiglia unita,
un presepe costruito con ciò che si aveva.
Questa non è nostalgia.
È memoria.
Un frammento di storia che ho voluto raccontare così,
senza fretta,
come si faceva allora.
Quale evento storico ti affascina di più?

Mi avete chiesto: “Qual è l’evento storico che mi affascina di più?”
La mia risposta non è un singolo giorno sul calendario, ma un intero periodo storico: La Napoli post-unitaria del 1875, abbandonata a sé stessa.
Mentre il nuovo Regno d’Italia si consolidava, gran parte della città, e in particolare i suoi vicoli, viveva in una povertà schiacciante e senza aiuti.
Perché questo periodo mi ossessiona?
Studiare questa storia mi insegna che l’abbandono istituzionale è il peggior nemico di ogni società. È una lezione che resta dolorosamente attuale.
E voi? Quale periodo storico, che sentite ancora vivo, credete abbia modellato maggiormente il nostro presente?

C’è un momento, nella vita di uno scrittore, in cui il sogno diventa una realtà palpabile. Questo è il mio momento.
Vedere queste quattro copertine affiancate – “Il Guappo,” “Carmela,” “Il Venticinquesimo Natale” e “Gli Ultimi Scugnizzi” – non è solo una soddisfazione professionale, ma la celebrazione di una passione che arde da tempo: raccontare storie che non vogliono essere dimenticate.
Ogni romanzo, ogni raccolta di racconti è un pezzo di me, un’immersione nella storia, nell’emozione e nella resilienza umana:
Queste opere sono il frutto di anni di ricerca, notti insonni e, soprattutto, un amore incondizionato per la narrazione. Ogni libro che scaricate, ogni pagina che girate, dà vita a questa mia passione.
Grazie per far parte di questo viaggio. Spero che queste storie vi emozionino quanto hanno emozionato me scriverle.
Quale storia vi ha toccato di più? Iniziamo da lì!
Qual è qualcosa che credi che tutti dovrebbero sapere.
Mi è stata posta una domanda fondamentale: “Qual è qualcosa che credi che tutti dovrebbero sapere?”
La mia risposta è semplice, ma potente, ed è il motore di ogni storia che scrivo:
Tutti dovrebbero sapere che la Storia non è solo un racconto del passato. La Storia è il manuale d’istruzioni del presente.
Spesso guardiamo ai problemi di oggi – l’ingiustizia, la disparità sociale, la difficoltà a trovare il proprio posto – come se fossero fenomeni nuovi. Non è così.
I vicoli di Napoli del 1875, l’abbandono dello Stato durante l’epidemia di colera (la realtà che ha forgiato “Il Guappo”), non sono solo dettagli storici; sono la radice dei meccanismi sociali che osserviamo ancora oggi.
Finché non comprenderemo il prezzo della lotta di chi è venuto prima di noi, e quanto siano cicliche certe ingiustizie, non saremo mai davvero liberi.
Consapevolezza storica è libertà. È la cosa più importante che tutti dovrebbero imparare.
Cosa ne pensate? Cosa credete sia la verità fondamentale che il mondo ignora?


Ci sono momenti che valgono più di ogni classifica. Vedere un lettore immerso nelle pagine de “Il Guappo” sul lungomare di Napoli, con Castel dell’Ovo e il Vesuvio come testimoni, è uno di questi.
Il mio romanzo, sulla Napoli del 1875 e l’ingiustizia, esce dalla pagina per incontrare la realtà che lo ha ispirato. È un ponte tra un passato difficile e la bellezza di oggi.
Quando un’emozione così forte si unisce alla Cultura, non si può che urlare: W la Cultura, W la Storia!
Grazie di cuore a quel lettore e a tutti voi. Spero che la storia di Vincenzo vi leghi ancora di più a questa città unica.
Cosa significa essere un bambino nel cuore?
È una domanda bellissima e profonda. Per me, essere un bambino nel cuore non significa essere ingenui o irresponsabili, ma mantenere vive quelle qualità che la vita e le ingiustizie spesso ci costringono a seppellire.
Significa mantenere:
Il mio pensiero è questo:
”Quando la vita ti costringe a diventare un uomo troppo presto – come è successo a tanti fanciulli nella Napoli post-unitaria – l’importante è non dimenticare il bambino che eri, per poter ritrovare, un giorno, la forza di ricominciare a lottare non solo per la sopravvivenza, ma per la felicità.”
Spero che questa riflessione possa risuonare con chi l’ha proposta.
— Massimo Brandi

Con il mio ultimo romanzo, “Il Guappo”, ho voluto superare le leggende e le mitologie per raccontare la sua vera natura nella Napoli ferita del 1861.
Non era un eroe romantico né un criminale banale. Era un uomo nato dalla miseria dei vicoli, un punto di riferimento amato dal popolo, temuto dai potenti che lottava per la sopravvivenza in una città tradita.
Questa è la storia di Vincenzo, il ragazzo scaltro che diventerà il simbolo di questa ribellione silenziosa. Attraverso le sue vicende, voglio spiegare chiaramente e senza filtri chi era realmente il guappo post-unitario e perché la sua figura è così complessa e tragica.
Se vuoi scoprire la verità storica e immergerti in un’epoca di rabbia e orgoglio, il romanzo è qui per te.
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All’alba, quando Napoli è ancora avvolta in un velo di silenzio e la luce del giorno filtra timida tra i vicoli, ci siamo messi in cammino. Dal cuore della città, passo dopo passo, verso il Santuario di Pompei.
Non era solo un andare: era un pellegrinaggio. Un filo invisibile ci legava tutti alla stessa speranza, allo stesso ringraziamento. Un voto alla Madonna, un sussurro nel cuore, un impegno silenzioso da mantenere.
La strada si è presto riempita di volti e di passi. Giovani, anziani, famiglie intere. Colonne umane che avanzavano senza fermarsi, come un unico respiro. C’era chi pregava a bassa voce, chi incitava gli altri con parole semplici, chi porgeva una caramella come se fosse un dono prezioso. In quelle ore, eravamo una comunità che camminava all’unisono, sorretta dalla fede.
Attraversando San Giovanni a Teduccio, il quartiere dormiva ancora. Poche figure si muovevano per strada, le saracinesche abbassate. Ma negli occhi delle case si intravedevano le ombre delle difficoltà: ferite di periferia che assomigliano a quelle di tante altre città.
Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata: nomi che si susseguivano come tappe di un rosario. Nei loro vicoli stretti, il tempo sembrava scorrere più lentamente. Ho incontrato sguardi stanchi, segnati dal lavoro duro e mal retribuito. Piccole botteghe ancora vive di socialità, con il negoziante che ti riconosce e ti chiede come stai.
Ho visto anziane sedute fuori dalle loro case, intente a pettegolare in un dialetto fitto come una rete, e venditori ambulanti che esponevano la loro merce sotto il sole. Ho sorriso davanti a un’agenzia che pubblicizzava cantanti per cerimonie, diffondendo una canzone di quarant’anni fa, come se il tempo non avesse fretta di passare.
Ho comprato acqua fresca da due ragazzine che la custodivano in grossi recipienti colmi di ghiaccio: piccole, ma già temprate dalla vita. Più avanti, una donna incinta, il ventre teso e la fatica negli occhi, si lasciava sostenere dalla mano ferma del marito. Ho lasciato un euro a dei ragazzi che raccoglievano fondi per una giovane donna in attesa di un intervento urgente.
E poi, finalmente, Pompei.
Il Santuario appariva come un miraggio, ma reale. Davanti a noi, una distesa di persone: molti sedevano a terra, stremati, ma con lo sguardo rivolto all’altare. Le voci della messa si mescolavano al silenzio interiore di ciascuno.
In quell’istante ho compreso che il nostro cammino non era stato soltanto un viaggio di trenta chilometri, ma un attraversamento dell’anima. Avevamo camminato dentro la vita degli altri, dentro la loro fatica e la loro speranza, e ne uscivamo diversi, col cuore un po’ più grande.


Fare la mamma è il compito più difficile del mondo; deve essere presente e distante, rimanendo in un equilibrio instabile. Il percorso è emozionante, ma anche pieno di insidie.
Il romanzo gratuito
“Il venticinquesimo Natale”
Il legame tra madre e figlio nasce già nel grembo materno e, da quel momento, prende forma un vincolo profondo e indissolubile. Questo rapporto accompagna la crescita del bambino fino all’età adulta.
Tuttavia, per alcune madri, il distacco è un ostacolo difficile da superare. Convinte che i figli non siano in grado di affrontare la vita senza di loro, li crescono a “pane e ansie”, trasmettendo insicurezza, paura del nuovo e bassa autostima. Un figlio allevato così rischia di diventare un adulto fragile, poco autonomo, incline a cercare partner dominanti che possano guidarlo e offrirgli quelle cure e quel sostegno che un tempo riceveva dalla madre.
Quando l’amore materno diventa eccessivo, può trasformarsi in un abbraccio soffocante: toglie l’aria, limita gli spazi vitali, impedisce la crescita e la piena maturità emotiva. Le madri iperprotettive diventano vigili oltre misura, invadenti, sempre presenti, pronte a sostituirsi ai figli nei loro bisogni. Credono di sapere quale sia la scelta migliore in ogni ambito: la scuola da frequentare, il partner da amare, lo stile con cui vestirsi o persino come radersi.
Il passaggio all’età adulta del figlio rappresenta per queste madri un trauma. Incapaci di trasformare il legame in una relazione equilibrata tra adulti, rischiano di scivolare, senza volerlo, in atteggiamenti egoistici, narcisistici o manipolatori, talvolta mascherati da seduzione affettiva. Anche la scelta della compagna ideale diventa un terreno di scontro: nessuna donna è mai abbastanza giusta — troppo alta, troppo bassa, troppo esigente o troppo remissiva, straniera o semplicemente “non all’altezza”.
Quando non riescono a ottenere ciò che desiderano, alcune madri ricorrono a strategie sottili: sintomi, malanni e ansie attribuiti al comportamento del “figlio ingrato”, creando così un legame di dipendenza reciproca.
Le conseguenze di questo rapporto sono profonde: emanciparsi diventa un’impresa ardua e tagliare il cordone ombelicale richiede una forza di volontà straordinaria. Solo un’intensa motivazione può spingere il figlio a una ribellione emotiva, fino a conquistare la propria libertà sociale e mentale.
Ma, anche allora, resta una verità intramontabile: la mamma è sempre la mamma.
Il romanzo ci conduce nella vita della signora Rita, una madre instancabile che riversa ogni respiro, ogni gesto, nel prendersi cura della casa e, soprattutto, dei suoi figli. Ma, col tempo, quell’amore così totale si tinge di ombre, diventando un legame soffocante, quasi prigioniero della sua stessa intensità.
Luigi, il figlio prediletto, cresciuto all’ombra di quell’affetto avvolgente, si ritrova un giorno a guardarlo con occhi nuovi: ciò che aveva sempre creduto amore puro si rivela essere un sentimento malato, capace di ferire quanto di proteggere.
Buona lettura.
Romanzo gratuito
“Il venticinquesimo Natale”

Dal 27 al 30 settembre 1943, gli abitanti di Napoli decidono di combattere il regime nazista presente in città, sollevando una rivolta antecedente all’arrivo degli Alleati. Cosa è stato per il popolo napoletano questo periodo storico? Come hanno reagito all’arrivo degli Alleati in città?

Le sorti della guerra ormai erano annunciate: la disfatta della Germania nazista a Stalingrado e la sconfitta in Africa di El Alamein delle truppe dell’Asse preannunciarono una inevitabile sconfitta. L’esercito italiano, già impreparato ad affrontare una guerra mondiale, era allo sbando e contava un consistente numero di vittime, dispersi e catturati dai nemici. Molte città italiane subivano incessanti bombardamenti da parte degli Alleati; le difese italiane erano inefficaci e non riuscivano a fermare le fortezze volanti. Napoli, la città italiana più grande del sud del paese, non venne risparmiata: la popolazione inerme pagava un prezzo molto alto.

Al suono delle sirene, chi poteva scappava nei ricoveri per evitare di morire; il panico e la paura regnavano sovrani tra la gente. Fame ed epidemie si associarono alla totale confusione: non vi erano più leggi, non vi era più pace, ma vi erano i tedeschi insediati in città che iniziarono a fare rastrellamenti per evitare rappresaglie. Uccisero innocenti solo a scopo intimidatorio e imposero delle leggi ferree per rendere ancor di più la vita difficile alla popolazione ormai stremata e affamata.

Le bombe non risparmiarono neanche gli edifici storici; la popolazione fu ferita al cuore vedendo distruggere la loro storia e, vedendo troppi morti innocenti, iniziarono ad armarsi e a organizzarsi per creare una rivolta contro i tedeschi; ormai non li consideravano più alleati, ma invasori. Il giorno 8 settembre 1943, l’Italia si arrese agli alleati e il proprio governo firmò l’armistizio con resa incondizionata. Da quel momento, i tedeschi divennero i nemici degli italiani e iniziarono a intensificare i rastrellamenti e ad ammazzare il maggior numero possibile di persone; ebbero ordini di distruggere Napoli.

Buona lettura

Napoli è sempre stata una città sofferente per molteplici motivi. Da tutto ciò nacquero, nel fine ‘800, in un’Italia post unitaria, “gli scugnizzi”, ragazzini che trascorrevano gran parte del loro tempo in strada. Non tutti andavano a scuola e non tutti avevano accesso ai propri diritti civili; insomma, vivevano ai margini della società, dovuto anche alle carenze delle istituzioni.

Eccoli i primi scugnizzi napoletani, con il capo coperto, vestiti lacerati, scarpe rotte e l’atteggiamento da adulto vissuto. Nei loro occhi si leggeva la sofferenza dovuta alla miseria; la stragrande maggioranza di loro apparteneva a famiglie povere, numerose e senza un reddito fisso. Erano costretti a cavarsela da soli e a portare qualche soldo a casa. Vivevano di espedienti e utilizzavano la loro scaltrezza al fine di ottenere qualcosa. C’era chi si arrangiava a fare lavoretti saltuari e chi viveva in modo disonesto, compiendo anche atti criminali. L’istinto di sopravvivenza li spingeva a qualunque decisione.

Stavano sempre insieme e riuscivano a divertirsi anche con mezzi rudimentali; avevano l’arte di arrangiarsi e di conseguenza si adattavano a qualsiasi condizione. Le loro abitazioni erano nella maggioranza “bassi”, cioè abitazioni al piano terra a livello strada; erano di piccole dimensioni, vivevano in piena promiscuità e in condizioni igienico-sanitarie molto precarie.

Dicono che questa figura ha rappresentato l’anima di Napoli; ora vi spiego come trascorrevano la loro giornata e quali erano i loro ideali. Come dicevo prima, gli scugnizzi erano di famiglie popolari e vivevano nella povertà quasi assoluta. La loro età oscillava tra i 6 e i 17 anni; la strada era il loro habitat. In quei vicoli stretti e sporchi si destreggiavano con molta abilità e riuscivano quasi sempre a cavarsela dalle insidie che l’ambiente riservava loro. Alcuni già fumavano sigarette e altri svolgevano mansioni da adulti. Nonostante nella loro dottrina fosse ben chiaro che non bisognava lavorare, occorreva guadagnare soldi restando “liberi”, ma c’erano quelli che preferivano lavorare e, di conseguenza, erano sfruttati e mal pagati. Avevano il loro credo; era una legge orale e non scritta che veniva rispettata senza alcun compromesso. Il maschilismo era penetrante; alcune faccende venivano svolte o risolte solo dai maschi, le femmine dovevano starne fuori.

Il maschio doveva sempre mostrare forza e coraggio, non doveva mostrarsi debole e non doveva piangere; il pianto apparteneva solo ai deboli. Invece, lo scugnizzo era “forte e coraggioso” al punto che, durante la seconda guerra mondiale, nelle quattro giornate di Napoli, combatterono anch’essi per scacciare i tedeschi.

Si batterono con coraggio e determinazione e contribuirono alla liberazione di Napoli nel settembre del 1943. I loro idoli erano gli uomini di malavita e da loro prendevano ispirazione per incarnare una propria personalità da guappo; era ciò che volevano ed erano molto lontani dalle istituzioni, al punto che ripudiavano tutto ciò che rappresentava lo stato. Anche la scuola veniva considerata un luogo da non frequentare, e per questo molti di loro non ci andavano. Lo scugnizzo aveva a dosso un’armatura invisibile che non voleva che nessuno gliela togliesse. Sapevano di vivere emarginati dalla società civile, ma avevano una loro convinzione che chi studiava e chi lavorava non fosse una persona libera, ma schiava di un sistema; loro invece respiravano aria di libertà e di piena autonomia. Anche gli adulti contribuivano a raccontare cose distorte alla realtà per invogliarli a essere scugnizzi. Gli scugnizzi erano utili per le famiglie, perché portavano denaro a casa, erano utili alla malavita perché i migliori venivano reclutati e infine erano utili alle istituzioni perché non chiedevano nulla. Per questi motivi la loro esistenza è durata circa 100 anni. Erano disseminati in tutta Napoli e provincia ed erano suddivisi in bande. Ognuna di esse era composta da un gruppo di ragazzi dalle 20 alle 50 unità; ogni banda aveva un suo capo (capobanda), di solito quello più grande di età e con più esperienza. Intorno al capo c’erano i suoi seguaci, quelli più stretti a lui, quelli che lo confortavano e lo consigliavano; queste figure di solito erano tra le 2 e le 6 persone e tra di loro c’era molta concorrenza al fine di avere un posto esclusivo accanto al proprio capo. Il capo era sempre al centro, era quello che comandava, era colui che organizzava tutto. Era sveglio, saggio, scaltro e coraggioso. Il capo rimaneva tale fino a un’età di circa 17 anni, dopodiché lasciava la propria banda nominando un suo successore per entrare a far parte di un altro contesto, quello degli “adulti”. Infatti, il capo aveva in sé delle doti che gli permettevano di entrare nella malavita come affiliato oppure diventava un ladro seriale; insomma, faceva “il passo di qualità”, che nel loro mondo era importante e aumentava ancora di più la loro autorevolezza. Riuscivano a uscire dalla miseria e a fare una vita più agitata, cambiavano look: avevano un abbigliamento curato e capelli ben pettinati. Possedevano un ciclomotore o scooter di ultimo modello e ostentavano le proprie possibilità economiche. Era il premio ricevuto dalla vita dopo aver effettuato il percorso da scugnizzo. Ogni banda aveva il controllo della propria zona. Nonostante fossero ragazzini, avevano ben chiaro quali fossero i loro doveri. Gli stenti, la miseria e le difficoltà li rendevano uniti; erano solidali tra di loro e si rispettavano. Erano ragazzi come tutti, anche loro soffrivano, piangevano (sempre di nascosto) e sognavano. Eh sì anche loro avevano i loro sogni, cosa sognavano? Per prima cosa far uscire la propria famiglia dalle condizioni di totale indigenza, sognavano di diventare veri uomini d’onore, inteso come persona che godeva del rispetto di tutti senza dover chiedere nulla a nessuno e avere la propria sfera di potere. Le bande a volte si scontravano tra di loro tramite le “guainelle”, cioè una battaglia tra scugnizzi impegnati in pericolosi e spesso cruenti scontri a colpi di pietra. Erano veri e propri regolamenti di conti. Erano guerre tra poveri; tutti odiavano tutti e nella guainella sfogavano tutta la loro frustrazione sociale. I vincitori erano quelli con meno feriti; infatti, c’erano malaugurati che venivano colpiti da pietre, spesso al volto, causando ferite da taglio con la conseguente fuoriuscita di sangue. Raccontata così, può sembrare un gioco, ma vi assicuro che era tutt’altro che un gioco. Era la dimostrazione per affermare la propria forza sul territorio, era ostensione del proprio coraggio.

Eccoli gli scugnizzi, seminudi, sorridenti e magri. Purtroppo il loro regime alimentare era scarso in quantità e in qualità: la mattina la colazione non veniva consumata, nel pomeriggio mangiavano un panino farcito con un contorno e la sera primo piatto (pasta) con pane accompagnato per rendere la cena abbondante. Mancava la frutta, i dolci, i cereali, i legumi ecc. Insomma tutti prodotti utili per una sana crescita. Correvano, scappavano, erano sempre in movimento e consumavano molte calorie. Paradossalmente era difficile che si ammalassero, ma quando ciò avveniva era dura per loro. Purtroppo, tra loro c’era chi non riusciva a mangiare tutti i giorni per via delle condizioni economiche scarse. Avevano la consapevolezza di essere ragazzi emarginati, ma l’interpretazione era distorta: credevano di essere ragazzi superiori rispetto a chi conduceva una vita “normale” ed erano attratti da quello stile di vita. Si sentivano, in un certo senso, ragazzi nati sotto una stella diversa, con un destino già scritto, un percorso di vita dal quale non potevano sottrarsi; i tabù, i pregiudizi e le regole sociali di cui facevano parte gli impedivano di guardare altrove. Tutto quello che era diverso da loro veniva osservato come sconosciuto e, come tale, con molta diffidenza.
Ovviamente non tutti ci riuscivano, solo in pochi realizzavano i propri sogni; i restanti soccombevano. C’era chi finiva per morire per droga, chi andava in carcere, e per tutti c’era l’emarginazione; non riuscivano a prendere posto in nessun contesto sociale e lavorativo. Eh sì, chi si macchiava anche di piccoli reati difficilmente trovava un lavoro stabile e duraturo. E come ogni cosa, c’è un inizio e una fine, e questo principio è stato anche per gli scugnizzi, che ebbero la loro fine. Oggi non esistono più; la parola scugnizzo è solo un inno alla napoletanità per intendere vivacità, furbizia e scaltrezza. Nel libro che vi presento in formato digitale gratuitamente, potrete scoprire tante altre sfaccettature e quelle furono le cause della loro scomparsa.
Buona lettura
Trascorse le festività natalizie quelle luci e quei colori hanno lasciato spazio al freddo e al vento. Siamo andati a Pompei e abbiamo visitato gli scavi in un gennaio silenzioso, abbiamo valicato quella soglia che divide il nostro mondo, quello moderno, veloce, frenetico con l’altro spettacolare mondo degli antichi romani di circa duemila anni fa, Il rumore dei nostri passi risuonano in quel silenzio affascinante e misterioso.

Abbiamo visitato l’anfiteatro di Pompei, via dell’abbondanza, domus, affreschi e tanto altro di quello che è rimasto dopo quel terribile giorno del 79 d.c. passeggiando abbiamo percepito la morte, si la morte di quelle persone che popolavano quel bellissimo luogo nel loro quotidiano. Ad un certo punto ci siamo seduti e abbiamo immaginato le botteghe, mercati, ricchi, poveri, uomini di potere e imbroglioni, insomma tutti lì a svolgere la propria vita quotidiana ma nello stesso tempo tutti sotto un unico destino.

Abbiamo conversato con una delle addette, con molta gentilezza ha risposto a tutte le nostre domande in modo esaustivo. Alcune domande che mi sono subito venute in mente era: se c’era un ospedale, e se era a pagamento, se anche i poveri avevano diritto all’istruzione e infine se esisteva un registro catastale.

C’era una sorta di ospedale, e mi è sembrato di capire che era accessibile a tutti, l’istruzione età solo accessibile a chi poteva permetterselo e infine non esisteva un registro catastale, gli immobili difficilmente venivano venduti: venivano trasferiti per legge al primo foglio maschio.

Poi ancora più avanti, c’erano colonne, Domus, e tanto altro ancora. Il fascino di quel luogo è penetrato in noi lasciandoci stupiti.

Chissà? È stata la parola che è scattata in noi, chissà cosa pensavano, com’erano i loro rapporti sociali, cosa mangiavano, in cosa credevano? Insomma un sacco di domande che avremmo voluto fare conoscendo realmente quelle persone.

Infine siamo andati alla necropoli, qui abbiamo avvertito ancor di più il silenzio della morte, il silenzio di chi un tempo c’era e oggi non c’è più, in un clima surreale abbiamo visto le tombe, la fine dell’esistenza!

C’erano uccelli che svolazzavano, è come sapessero che luogo fosse e come percepivano il rispetto per i defunti. Ci siamo lasciati alla nostra immaginazione, ma è questo quello che abbiamo sentito, ed è stata un esperienza indimenticabile. Andare a gennaio è stata un ottima scelta, c’era poca gente e di sicuro il freddo è più sopportabile del caldo torrido dei mesi d’estate.

Luogo tenuto bene e il personale molto professionale.



È piacevole passeggiare per Pompei e non bisogna rinunciare alla visita del santuario della Beata Vergine del Rosario.
